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: Intervista a Lorenzo Bianchini :  di Roberto Giacomelli  (24-08-2006)

**BIOGRAFIA**

Lorenzo Bianchini è un filmaker friulano che ha esordito nel mondo del cinema nel 1997 con il cortometraggio “Paura dentro”, un horror onirico e psicologico che ha riscosso da subito un buon successo di critica. Dell’anno successivo è il secondo corto thriller, “Smoke allucination”, mentre del ’99 è il mediometraggio a tema licantropico “I dincj de lune” (che tradotto dal friulano sarebbe “I denti della luna”), che riceve il primo premio nella sezione fiction alla Mostra del Cine Furlan. A questo mediometraggio segue nel 2001 “Lidrìs cuadrade di tré” (Radice quadrata di tre), il primo lungometraggio horror friulano della storia del cinema. Il film, che unisce atmosfere claustrofobiche alla tematica del satanismo, ha ricevuto una calorosa accoglienza dagli esperti nel settore ed è stato stampato in DVD in tiratura limitata, ricevendo uno straordinario e inaspettato successo di vendite. Nel 2004 vede la luce il secondo lungometraggio, “Custodes Bestiae”, un nuovo horror dai connotati demoniaci che sprofonda le radici direttamente nelle tradizioni folcroristiche friulane. Nuovo successo di critica e pubblico con la vittoria del primo premio al ToHorror Film Fest di Torini, e ottimi riscontri economici nella vendita dei DVD, stavolta distribuiti su larga scala dalla Ripley Home Video. Del 2005 è invece “Film Sporco”, terzo lungometraggio del regista, che si discosta dalle atmosfere horror per esplorare il genere pulp.



R.G.: Essendoti cimentato con due lungometraggi horror, si presume che tu sia particolarmente legato al genere anche come spettatore. Quali sono le pellicole e i registi che ammiri maggiormente?

L.B.: Naturalmente sono legato ai film che guardavo quando ero piccolo, ad esempio mi sento legato a “La casa dalle finestre che ridono” di Pupi Avati e ai primi film di Dario Argento; ricordo che il primo film di Argento che ho visto è stato “Profondo rosso”. Quando ero piccolissimo mi mise molta paura “Frankenstein”, quello con Boris Karloff, e anche “La Mummia” mi terrificava! Poi una cosa che mi impressionò molto quando la vidi fu “Belfagor”, la serie televisiva in bianco e nero però, non il remake per il cinema! Sono queste le pellicole che ricordo sempre con molto piacere…ah! Anche “L’Esorcista” di Friedkin, quel film ancora oggi riesce ad incutermi inquietudine!

R.G.: Nei tuoi horror c’è puntualmente la tematica demoniaca e sempre una metaforica discesa agli inferi. Cosa puoi dirci di questa costante nei tuoi film?

L.B.: Fin da piccoli abbiamo a che fare con la religione: ci mandano a messa, a catechismo in parrocchia, e tutto ciò che ci viene raccontato, che studiamo, ci fornisce delle basi che poi, una volta cresciuti, se ci soffermiamo ad analizzarle un pochino, possono creare molta inquietudine! E’ naturale che se una persona crede in Dio, deve credere anche nell’altra faccia della medaglia, e il Demonio è quest’altra faccia. Poi si tratta di un argomento sempre attuale, basta pensare al proliferare delle sette sataniche anche oggi, di quante volte ne sentiamo parlare al telegiornale. Sono cose che accadono, minano spesso le nostre certezze ed è per questo che la figura del Demonio fa sempre molta paura. Prendiamo, ad esempio, il film “L’Esorcista”: ancora oggi a guardarlo a casa da solo mi mette paura!
Per quanto riguarda i sotterranei…anche Dardano Sacchetti, sceneggiatore di molti horror, nell’intervista che è sul dvd di “Custodes Bestiae” si chiede cosa io abbia a che fare con i sotterranei. Beh, sinceramente non lo so mica! Ti posso assicurare che non è legato a nessun tipo di esperienza personale, ma semplicemente al fatto che i luoghi sotto terra sono inquietanti, anche al solo pensiero che è proprio sotto terra che finiamo una volta morti, le tombe sono sotto terra. Poi i sotterranei fanno pensare ad un qualche cosa di nascosto, di misterioso, rappresentano l’ignoto. C’è da dire, inoltre, che il genere horror comunque richiede determinate scelte, anche scenografiche, che possano riuscire ad inquietare lo spettatore e come luogo, il sotterraneo mi sembra ideale.

R.G.: Perché hai fatto una scelta così inusuale quanto anticommerciale come l’utilizzo del dialetto friulano per i tuoi film?

L.B.: E’ stata una sorta di scommessa. Ho realizzato un Medio metraggio di 40 minuti, “I Dinj de lune”, per partecipare ad un festival in Friuli, la “Mostra del cinema Furlan”, in cui le opere in concorso devono essere parlate per il 70, 80% in lingua friulana, e mi sono accorto che questa prerogativa poi mi ha suscitato molto interesse. Un film parlato con la lingua del posto in cui si ambienta, lo rende più realistico…appare tutto più veritiero! Poi nel mio caso si affronta spesso il tema della leggenda popolare, dicerie legate al territorio, al passato di un luogo, quindi far parlare i personaggi con la loro lingua originaria può essere un elemento che rafforza la tesi che ci possono essere delle cose effettivamente vere in quello che si viene a sapere dal film. Quindi lo trovo un gran punto di forza! Infatti, se ci fate caso, anche Pupi Avati fa parlare in dialetto gli abitanti del posto in cui ambienta i suoi film, tanto che lo spettatore riesce a calarsi meglio nella situazione narrata e tutto gli appare più vero.

R.G.: Pensi che il cinema di genere in Italia oggi sia esclusivamente nelle mani delle produzioni indipendenti oppure possiamo prospettare un vero ritorno al genere anche per le produzioni più in vista?

L.B.: Io spero che le produzioni italiane più importanti si impegnino a rivalutare un pochino anche il cinema di genere, anche perché se vai a vedere i film di genere americani sono davvero numerosi e ogni mese incassano anche molti soldi. Ma anche se si da un’occhiata tra le produzioni orientali o spagnole, ci si accorge subito che quelli che vanno molto bene al botteghino sono proprio i film horror! Solo qui in Italia non li prendono in considerazione. Poi comunque il mercato c’è e rivalutarlo è un compito a cui si stanno interessando attualmente gli indipendenti, ma è una cosa che dovrebbero fare anche le grandi produzioni. Saprai che c’è un progetto, “Italian master of horror”, con il quale si tenta di riportare in vista il genere horror, quindi qualche cosa si sta muovendo; certo non si tratta di grandissime produzioni, ma è giusto che i grandi registi del passato abbiano la possibilità di tornare al lavoro con il genere che maggiormente li ha resi noti.

R.G.: Puoi dirci qualche cosa sui tuoi progetti per il futuro?

L.B.: Ci sono progetti in ballo, però preferirei non dire molto. Comunque posso dirti che continuiamo nel campo del thriller; non horror puro, con elementi paranormali, ma un thriller psicologico in cui emerge il mostro che c’è dentro le persone, senza alcuna aggiunta di nessun elemento paranormale. Come ben sai, nei film si può parlare di fantasmi “reali”, diciamo alla “Ghostbusters”, o fantasmi “personali”, patologie mentali, stati depressivi o di allucinazione che ti portano a vedere delle cose apparentemente reali, ma in realtà non lo sono. Per me questo è molto interessante e ho intenzione di inoltrami proprio in questo territorio.

R.G.: Quindi il prossimo film di Lorenzo Bianchini sarà un thriller psicologico, possiamo dire solo questo. Ma pensi di confrontarti con il grande mercato per il futuro, oppure hai intenzione di continuare con produzioni indipendenti?

L.B.: Per ora continuo con le produzioni indipendenti, magari lavorando con attrezzature più professionali, ma rimango comunque in questo ambito.