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: Intervista a Gabriele Albanesi :  di Francesco Mirabelli


**BIO-FILMOGRAFIA DI GABRIELE ALBANESI**

Nato a Roma il 03/03/1978, Gabriele Albanesi comincia a realizzare corti e lungometraggi amatoriali dall’età di sedici anni, tra i quali gli stralunati La Ghiandola surreale (1997) e Il Maelstrom dell’assurdo (1999), entrambi presentati al Festival del cinema Trash di Torino. Successivamente, diventa critico cinematografico per la rivista Zabriskie Point, collaboratore per la trasmissione Stracult su Raidue, ed assistente alla regia in numerosi videoclip dei Manetti Bros, tra i quali quelli per Alex Britti, Gigi D’Alessio e 883. Si laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi dal titolo “Evoluzioni del cinema horror italiano”. Nel frattempo, porta avanti il suo percorso da regista realizzando tre cortometraggi professionali: nel 2001 il western-horror Braccati (in concorso al Fantafestival e al Festival di Bellaria), nel 2002 L’Armadio (prodotto dai Manetti Bros e da Luca Bigazzi, vincitore del festival Corti in Azzurro e Terzo Classificato ad Alienante Film Festival) e nel 2003 Mummie (prodotto da Davide De Santi e Nauta Film, in concorso a La Cittadella del corto di Trevignano e trasmesso su Coming Soon Television). Con Il Bosco Fuori, lungometraggio prodotto da NeroFilm in associazione con Manetti Bros e Sergio Stivaletti, realizza la sua opera prima.

2006 IL BOSCO FUORI (HDV, 95’)
2003 MUMMIE (HD, 7’)
2002 L’ARMADIO (16mm, 6’)
2001 BRACCATI (dv, 23’)
1999 IL MAELSTROM DELL’ASSURDO (Hi8, 98’)
1997 LA GHIANDOLA SURREALE (Hi8, 37’)

D: Tanto per iniziare, quando è cominciata la tua densa passione per il genere horror e di conseguenza come si è sviluppata?

R: La passione per il genere horror l’ho avuta sin da bambino. Quando avevo otto anni, costringevo mia madre ad accompagnarmi in edicola per cercare fumetti horror, ma la cosa più trasgressiva a disposizione sul mercato era “Diabolik”, che non mi accontentava fino in fondo. Poi è venuto “Dylan Dog”, di cui sono stato uno dei primi lettori, fu una vera e propria epifania e ne collezionai avidamente tutti i numeri. Nello stesso periodo, ho visto sempre in compagnia di mia madre tutti i film di Dario Argento in televisione, che venivano trasmessi in un ciclo su una delle reti Fininvest. Fu una grande esperienza, la visione di Phenomena e di Tenebre fu indelebile. In quell’anno uscì anche Opera al cinema, e ricordo che volevo andare a vederlo con tutto me stesso, ma i miei genitori non acconsentirono. Anche perché il film era vietato ai minori di quattordici anni, e io ne avevo solo nove. Già a quell’età scrivevo moltissimo, racconti e romanzi horror ovviamente. Alle elementari scrissi una mia personale versione de La Mano di Oliver Stone che feci circolare tra i compagni di classe. Poi scrissi anche un breve raccontino horror che venne pubblicato sull’albo “Cattivik”, nell’angolo della posta. Era una storia di cannibalismo. Insomma, la passione c’è sempre stata e si è evoluta in maniera naturale, finendo poi per fare film horror.

D: Addentriamoci adesso nelle tue primissime opere, cominciando con L’armadio. Come nacque l’idea di questo cortometraggio?

R: L’idea nacque sulla base di una sfida da parte di Luca Bigazzi, il celebre direttore della fotografia che conobbi sul set del videoclip “La Vasca” dei Manetti Bros. Dato che in quel periodo avevo l’abitudine di parlare malissimo del cinema italiano attuale – avevo anche attaccato personalmente Nanni Moretti e Nina Di Majo in un dibattito estivo al Nuovo Sacher – Bigazzi mi lanciò la proposta di girare quello che avrei voluto con i mezzi tecnici (pellicola e macchina da presa) messi a disposizione da lui. La sua provocazione era “tu che parli tanto, vediamo cosa sai fare”. Così inventai una storia da poter girare in poco tempo e senza alcuna spesa, che è quella de L’armadio, un piccolo esercizio sulla suspense cinematografica che guardava molto allo stile espressionista di Mario Bava e al primo Roman Polanski (quello del cortometraggio Lampa). Il corto, che riuscii a completare anche con l’intervento dei Manetti Bros che infatti risultano produttori insieme a Bigazzi, voleva anche essere un biglietto da visita per riuscire a trovare finanziatori per la sceneggiatura de Il Bosco Fuori, che già esisteva e che i Manetti stessi volevano produrre. E’ per questo che vi sono degli elementi in comune tra i due film, come ad esempio il tema dell’infanzia.

D: E Cosa ci dici degli altri due non famosissimi ma comunque considerevoli corti: Braccati e Mummie?

R: Braccati è stato il mio primo cortometraggio semi-professionale, realizzato cioè con l’ausilio di una troupe e di adeguati mezzi tecnici. Prima avevo realizzato molti corti e anche lungometraggi amatoriali, sin da quando avevo sedici anni, ed erano opere grottesche e di genere “nonsense” con titoli come La Ghiandola Surreale o Il Maelstrom dell’assurdo. Tornando a Braccati, si trattava questa volta di un film serio, un western-horror incentrato su una famiglia di desperados barricati all’interno di un rifugio dagli uomini dello sceriffo prima, e da una misteriosa creatura dopo. I riferimenti più immediati erano i film horror d’assedio di George Romero e di Carpenter, ma anche Raimi e Dal Tramonto all’alba. Fu un film produttivamente molto difficile da fare, anche perché all’epoca avevo solo ventidue anni. Mummie invece è l’ultimo dei miei cortometraggi e nasce come lavoro su commissione, perché propostomi da un eccentrico imprenditore di Verona, Davide De Santi, che aveva scritto il soggetto e che poi l’ha prodotto. Si tratta di un corto ad alto budget – circa 25.000 euro – e realizzato in HD poi trasferito su 35mm. E’ stata una delle prime cose ad essere state girate in Italia con l’HD, che era un formato appena nato e ancora misterioso da utilizzare. Per l’estetica della regia, mi sono ispirato allo stile glaciale e cerebrale del Brian De Palma di Vestito per uccidere, anche per via dell’ambientazione all’interno del museo.

D: Nel 2006 hai diretto magistralmente “Il Bosco Fuori”. Si tratta del tuo primo lungometraggio dalle alte potenzialità, tanto è vero che non tardò a diventare una pietra militare del cinema horror made in italy; una pellicola azzeccata nel vero senso della parola. Da quali film e soprattutto da quali registi hai preso maggior spunto per dirigere il sopraccitato horror movie?

R: Il Bosco Fuori voleva essere un film sanguigno e passionale che andava a recuperare tutto quell’horror estremo dei primi anni Settanta (i vari Non aprite quella porta e L’Ultima casa a sinistra) che da troppo tempo era stato dimenticato e messo da parte dalle produzioni mainstream americane. Oggi è un sotto-genere tornato di moda grazie alla nuova generazione di horror-directors come Rob Zombie, Eli Roth e Alexandre Aja, ma la mia prima stesura della sceneggiatura risale al novembre del 2000, quando il filone che andava per la maggiore era invece quello parapsicologico alla Il Sesto senso. Nelle mie intenzioni Il Bosco Fuori voleva dunque essere un film molto violento e cattivo, estremamente personale, recuperando un senso di durezza e di intransigenza che si era perduto nell’horror. Poi, scrivendo la sceneggiatura, nel film è confluito anche molto del cinema di Dario Argento, Phenomena e Tenebre soprattutto, e quindi il film è una sorta di Non aprite quella porta riletto con l’occhio di un Dario Argento, o comunque in salsa “spaghetti” perché poi vi sono molte influenze stilistiche anche da parte di Mario Bava e di Lucio Fulci (come ad esempio l’uso dei colori e degli zoom). In definitiva Il Bosco Fuori voleva essere un film d’esordio che si caratterizzasse per il suo taglio estremo e privo di compromessi nei confronti del cinema italiano contemporaneo, una sorta di “atto terroristico” anche da un punto di vista estetico.

D: A causa di sequenze altamente splatter,“Il bosco Fuori” venne vietato ai minori di 18 anni. Credi sia stato eccessivo vietarlo ai minori, tenendo presente che oggigiorno di rado un film dell’orrore è vittima del massimo divieto?

R: No, non credo sia stato eccessivo, perché il film è in effetti abbastanza scorretto. Il divieto ai 18 in realtà ha rappresentato per me una soddisfazione, perché segno che il film era davvero disturbante così come intendevo realizzarlo, sintomo di una irriducibilità forte di carattere estetico, narrativo e politico all’interno di una cinematografia nazionale che invece è appiattita sul concetto di “televisionabilità”. Ad ogni modo, c’è da dire che ne Il Bosco Fuori la violenza è spesso giocata sul fuoricampo e comunque mai mostrata in maniera gratuita, dato che alla base del film c’è un discorso morale. Il Bosco Fuori va infatti visto come una favola o un apologo, e a mio giudizio anche un bambino può vederlo senza alcun problema, ma divertendosi anzi. Invece detesto i film che sono solo compiaciuti della violenza che mostrano, come i videoclippistici film della saga di Saw o come il veramente abominevole A L’Interieur. Penso che ne Il Bosco Fuori vi sia qualcosa di più, non solo il gusto per lo splatter.

D: Gli effetti di make-up de “Il bosco fuori” ( THE LAST HOUSE IN THE WOODS ) vennero curati dall’impeccabile “Sergio Stivaletti”. Cosa ne pensi di quest’ultimo e in che rapporti professionali siete tuttora?

R: Sergio Stivaletti è chiaramente un maestro e un’icona per tutti noi amanti del cinema horror. Pensare che un giorno avrei fatto un film – il mio primo film! – insieme a lui, era pura fantascienza. Invece è accaduto, ed è uno dei tanti piccoli miracoli del film. Anche perché abbiamo avvicinato Sergio da perfetti sconosciuti, solo per ricevere dei consigli a livello produttivo dato che lui aveva da poco realizzato I tre volti del terrore in digitale low-cost. Invece Sergio si appassionò al nostro film e decise di realizzare gli effetti speciali in prima persona e gratuitamente, comparendo così anche in qualità di produttore associato. Sul set si è comportato come un vero maestro, sempre umilissimo, silenzioso e a disposizione delle riprese. Per questo lo ringrazio immensamente e riconosco il mio debito fortissimo verso di lui. Siamo ancora adesso in ottimi rapporti, e difatti stiamo progettando nuove collaborazioni insieme.

D: A grande sorpresa, “Il bosco fuori” approderà il prossimo ottobre anche negli USA, per merito del regista de “La casa”, Sam Raimi”. Difatti quest’ultimo ha annunciato all’Hollywood reporter il lancio della suddetta pellicola nelle sale cinematografiche americane, insieme ad altri horror movie selezionati dallo stesso Raimi. Qual è stata la tua reazione non appena hai appreso la notizia?

R: Mi trovavo al Philadelphia Film Festival per presentare il film ed è stato proprio un giornalista di “Fangoria” che mi stava intervistando a comunicarci la notizia dell’acquisto de Il Bosco Fuori da parte della società di Sam Raimi. Infatti, l’articolo sull’Hollywood Reporter uscì proprio in quegli stessi giorni. Ovviamente rimasi di sasso, perché sapevo già che il film era stato venduto in America, ma non sapevo che a comprarlo fosse stata la Ghost House di Sam Raimi e Robert Tapert. Si è trattata di una grande soddisfazione – totalmente inimmaginabile – perché Raimi è uno dei miei miti giovanili e uno dei miei registi faro grazie alla sua pratica dell’autoproduzione spericolata condotta al di fuori del Sistema. Nei momenti di maggiore crisi, è stato proprio pensando a un regista come Sam Raimi che ho tratto la forza per continuare ad andare avanti.

D: Anche l’autorevole magazine americano “Fangoria” ne ha ampiamente parlato della tua creatura, in vista dell’attesissima uscita in america ad opera della Ghost house pictures.

R: Sì, come dicevo Fangoria mi ha anche intervistato in occasione del Philadelphia Film Festival e ha subito riportato sulle sue pagine la notizia dell’imminente distribuzione del film da parte della Ghost House Underground, che dovrebbe avvenire ad ottobre di questo anno.

D: In giappone, l’uscita de “Il bosco fuori” è stato un boom colossale, tanto è vero che entrò nella top-ten dei dvd più venduti di quell’anno, e facendo registrare vendite inaspettate.

R: Sì, per circa due settimane, Il Bosco Fuori (con il titolo giapponese di Italian Chainsaw) è risultato nella top ten dei dvd più venduti in Giappone sul sito di riferimento cdjapan.com. Anche questa è stata una grande sorpresa e soddisfazione, soprattutto perché il film ancora non era uscito in Italia né al cinema né in dvd. Quella giapponese è stata difatti la prima edizione in dvd in assoluto. Il successo delle vendite giapponesi ha poi spronato la Minerva Pictures a far uscire il dvd anche in Italia, e ha convinto noi a tentare di portare il film in sala (cosa che è avvenuta nell’agosto 2007).

D: Restando in tema delle produzioni horror italiane, obiettivamente come giudichi i rivalutati lavori di Lorenzo bianchini: Radice quadrata di 3 e Custodes Bestie? E’ stato azzeccato il tema del satanismo? Solitamente quando si accenna qualcosa su questa scia, non mancano scontate polemiche..

R: Devo dire la verità, non sono un estimatore dei film di Bianchini. Non per il tema, quanto per la realizzazione. Sinceramente penso che siano lavori ancora troppo acerbi da un punto di vista tecnico e registico. Attendo comunque con curiosità il suo ultimo film, per il quale sembra aver potuto disporre di una produzione ufficiale.

D: Prima di cominciare la tua sensazionale avventura nel pianeta di regista, hai collaborato in qualità di critico cinematografico per la nota trasmissione televisiva “Stracult”. Com’è stata questa esperienza?

R: Per Stracult ho collaborato in alcune puntate nella stagione del 2001 comparendo con lo pseudonimo di “George Kaplan”, prima partecipando ad una tavola rotonda su Alvaro Vitali e poi realizzando delle interviste ad Alejandro Amenabar e a Richard Linklater in occasione della Mostra del Cinema di Venezia. In realtà già praticavo il mestiere di regista, anzi avevo da poco terminato le riprese de L’armadio. A Stracult arrivai dopo aver conosciuto Marco Giusti attraverso i Manetti Bros, per i quali ero assistente e che per Stracult stavano realizzando la serie di “Max G. Hunter Production”. Anche Giusti rimase colpito dal mio personaggio di provocatore contro il cinema italiano di quegli anni e penso che avesse intenzione di lanciare il mio personaggio in quella direzione… Poi però non c’è stato modo di proseguire la nostra collaborazione.

D: Non può mancare la classica domanda di rito: progetti per il futuro?

R: La realizzazione della mia opera seconda, dal titolo Il Sogno di Gaia, che sarà prodotta dalla Minerva Pictures. Si tratta di un nuovo e potente film horror ibridato con l’action, il teen-movie e il cinema di fantascienza. E poi, ho in cantiere un film ad episodi, produttivamente più leggero, che penso di girare presto insieme a due registi esordienti.