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L'Ultima Casa a Sinistra
Regia: D. Iliadis- Nazione:USA - Anno: 2009- Autore: Roberto Giacomelli

La famiglia Collingwood si trasferisce nella casa vicino al lago per le vacanze estive. La diciassettenne Mari chiede l’auto ai genitori per andare in città a trovare la sua amica Page e passare la serata con lei, i genitori, pur tra mille raccomandazioni, accettano. Le due ragazze incontrano Justin nel supermarket in cui lavora Page che le invita nel motel in cui alloggia con i suoi parenti per fare uso di droghe. Page accetta e trascina con se anche la dubbiosa Mari; ma giunte sul luogo le due ragazze si trovano prigioniere di Krug e la sua famiglia, un assassino appena evaso che ruba loro l’automobile e le sequestra. Durante il viaggio, però, Mari tenta di fuggire e fa uscire l’auto fuori strada; allora Krug, furioso, decide di uccidere le due ragazze dopo aver stuprato Mari. Con l’auto incidentata e nel bel mezzo di un temporale, Krug e famiglia decidono poi di chiedere ospitalità nella prima casa che trovano sul loro cammino, ignorando che la porta a cui hanno bussato è proprio quella di casa Collingwood.

Ci sono alcuni film che dovrebbero rimanere unici, che non hanno bisogno ne di remake ne di restyling di nessuna sorta; sono quei film fortemente ancorati a un’epoca, a una corrente sociale e cinematografica, sono quei film che funzionano soprattutto in rapporto al contesto nel quale sono stati prodotti. “L’ultima casa a sinistra”, piccolo capolavoro d’esordio di Wes Craven, all’occhio contemporaneo può apparire come un film grezzo, scarno e diseguale ma dall’impatto visivo e contenutistico ancora oggi immutato; stiamo L'ultima casa a sinistraparlando di uno dei pilastri dell’horror postmoderno, fondatore di un sottogenere – il rape & revenge – scardinatore di regole e tabù che ha lanciato nell’olimpo dei maestri dell’horror il regista di “Nightmare”.
Pensare di rifare per le nuove generazioni un film che parla un linguaggio fortemente ‘seventies’, che riflette su una generazione - i figli dei fiori – allo sbando, che cita la Famiglia Manson e si fa forte di una messa in scena che richiama i reportage di guerra – quella del Vietnam – non facendosi scrupoli riguardo il sadismo, la violenza esplicita e le umiliazioni sessuali è battaglia persa in partenza. “L’ultima casa a sinistra” è film unico e leggendario, per questo motivo per il resto della recensione si eviterà di mettere a confronto le due pellicole per una valutazione più possibile obiettiva del film di Dennis Iliadis.
Partiamo subito col dire che “L’ultima casa a sinistra” è un buon film, ma ha il difetto di funzionare perfettamente sotto certi aspetti e malamente sotto altri, creando un’altalena qualitativa che gli dona un fastidioso sentore di disomogeneità. L'ultima casa a sinistra
Iliadis, regista greco scelto dallo stesso Craven dopo aver visto il suo film d’esordio “Hardcore” – dramma sulla prostituzione minorile - , ha una mano sicura e dimostra un buonissimo mestiere grazie a uno stile che alterna momenti frenetici ad altri più quieti, quasi statici, in modo mai banale, trovando un giusto compromesso tra stile moderno e classico. La scelta di aggiungere scene alla storia originale a tratti è anche stata una buona scelta, riuscendo ad allungare di molto il film (circa 110 minuti, contro gli 82 del prototipo) in modo funzionale. Niente lungaggini, solo aggiunte che danno spessore ad alcuni personaggi e chiariscono alcuni passaggi senza lasciare troppo alla casualità. Dunque l’evasione di Krug viene mostrata (è proprio con essa che si apre il film), come a voler creare un alone di maggiore mitizzazione sul personaggio, la famiglia Collingwood ha un passato e una dimensione esterna al dramma che viene consumato nel film, la banda di criminali finisce vicino al lago per un motivo ben preciso, e via dicendo. Di tutto ciò però non si riesce sempre a cogliere nel segno e l’aggiunta di un fratello morto nel passato di Mari serve a ben poco se non a giustificare il ciondolo grazie al quale i coniugi L'ultima casa a sinistraCollingwood cominceranno a sospettare, così come mostrarci Mari come una campionessa di nuoto ad inizio film è un pretesto che fa quasi sorridere per la scontatezza conoscendo a cosa le servirà questa sua abilità.
Se, ne bene e nel male, la sceneggiatura di Adam Alleca e Carl Ellsworth (“Red Eye”; “Disturbia”) è comunque volenterosa nel tratteggiare personaggi e situazioni, stranamente vengono trascurate le caratterizzazioni della banda di criminali, i quali non riescono ad andare oltre l’ovvio etichettamento di “cattivi della situazione”. Escludendo Justin, il figlio adolescente di Krug, interpretato da Spencer Treat Clark (“Il gladiatore”; “Unbreakable”), il resto del branco è decisamente monocaratteriale, una banda di cattivi che ha la sua unica particolarità nell’essere una famiglia. Perfino Krug, il leader interpretato da uno scialbo Garret Dillahunt (“Non è un paese per vecchi”), ci viene presentato come un poco carismatico e poco credibile pluriomicida. Probabilmente il problema maggiore risiede soprattutto in una discutibile scelta di casting, accettabile nel reparto “buoni” ma inefficace in quella “cattivi”; in pratica mancano le facce giuste e solamente Riki Lindhome (“Pulse”; “La ragazza del mio migliore amico”) sembra avere le fisque du role per la parte di Sadie.
Stiamo parlando di una produzione medio-grande e di conseguenza il film si presenta in una confezione L'ultima casa a sinistraimpeccabile. Ciò che stupisce, trattandosi di film tutto sommato consolatorio e buonista (discutibilissima la scelta di far salvare alcuni personaggi), è la brutalità di alcune scene e di alcune situazioni, a tratti accentuata dall’estremo realismo delle stesse, caratteristica questa che gli ha fatto guadagnare in Italia il divieto ai minori. Sicuramente si faranno ricordare, in particolare, lo stupro ai danni di Mari e la morte di Francis, anche se ad un certo punto questa verve realistica e disturbante lascia inspiegabilmente spazio ad una scena finale ai limiti del ridicolo che rischia, tra l’altro, di creare problemi logici e di continuità narrativa: bastava finire il film un paio di minuti prima e lasciare nel cassetto l’inutile voglia di emulare “Saw”.
Nel complesso, comunque, “L’ultima casa a sinistra” è un film ben confezionato che intrattiene malgrado l’insolita lunghezza e si difende bene nell’attuale panorama cinematografico, sempre più affamato di violenza. Probabilmente piacerà soprattutto alle nuove generazioni, chi invece è cresciuto conoscendo – e amando – il fondamentale film di Craven, potrebbe intravedere, al di là dell’impeccabile messa in scena, solo quell’inutilità di fondo propria di una storia che non appartiene più ai nostri tempi.

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Tags.............................. Ultima Casa a Sinistra, Rape, Revenge, Stupro, Vendetta, Craven, Illiadis

 

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